La Stele di Rosetta e la decifrazione
Una lastra di granodiorite
La Stele di Rosetta è una lastra di granodiorite scura, alta circa 114 centimetri e larga 72, incisa con tre versioni dello stesso testo in tre scritture diverse: geroglifici egizi nella parte superiore, demotico (la scrittura corsiva egiziana) al centro, greco antico nella parte inferiore. Fu trovata nel 1799 dai soldati francesi che scavano le fondamenta di un forte vicino alla cittadina di Rosetta (Rashid) nel delta del Nilo. Non era un oggetto di lusso: era un decreto amministrativo, emanato dai sacerdoti di Menfi nel 196 a.C. in onore del re Tolomeo V.
Eppure questa lastra di granodiorite con un decreto burocratico tolemaico divenne la chiave per riaprire una delle porte più importanti della storia umana. Quando i geroglifici egizi cessarono di essere usati alla fine del IV secolo d.C., la capacità di leggerli si perse completamente. Per quasi millecinquecento anni, i monumenti dell'antico Egitto — le loro iscrizioni nei templi, nelle tombe, nei papiri — erano muti. La Stele di Rosetta era la chiave.
Il problema dei geroglifici
I geroglifici non sono, come si credette a lungo, un sistema di scrittura puramente simbolico o ideografico, in cui ogni segno rappresenta un concetto. Questa idea — sostenuta tra gli altri da Atanasio Kircher nel XVII secolo, che dedicò anni a interpretazioni fantasiose — aveva bloccato ogni progresso. In realtà i geroglifici sono un sistema logosilabico complesso: alcuni segni rappresentano suoni consonantici (fonogrammi), altri rappresentano parole intere (logograms), altri ancora servono come classificatori semantici (determinativi) che non si pronunciano ma aiutano a interpretare il significato.
Comprendere questo richiese di abbandonare un pregiudizio fondamentale — che la scrittura egizia fosse 'mistica' piuttosto che funzionale — e di trattarla come qualsiasi altro sistema di scrittura sconosciuto: cercando i pattern ripetuti, i nomi propri, le corrispondenze tra le versioni nella lingua conosciuta (il greco) e quelle sconosciute.
Thomas Young e i cartouche
Il primo passo importante fu compiuto dall'inglese Thomas Young, fisico e medico di straordinaria poliedricità (lo stesso che formulò la teoria ondulatoria della luce). Young notò che i geroglifici racchiusi in ovali — i cartouche — corrispondevano probabilmente a nomi di re, che nella versione greca della stele erano Ptolemaios. Confrontando i segni del cartouche con i suoni del nome greco, riuscì a stabilire il valore fonetico di diversi segni.
Young pubblicò i suoi risultati nel 1819 e dimostrò che almeno alcuni geroglifici erano fonetici — un risultato cruciale. Ma si fermò qui, convinto che il sistema fonetico si applicasse solo ai nomi stranieri e che il resto dei geroglifici fosse ancora simbolico. Questo errore concettuale impedì a Young di fare il passo successivo.
Champollion e la decifrazione completa
Jean-François Champollion, filologo francese di Grenoble che aveva trascorso l'infanzia a imparare copto — la lingua liturgica cristiana egizia, discendente diretta dell'antico egizio — portò la comprensione a un livello completamente diverso. Champollion capì, e fu un'intuizione rivoluzionaria, che il copto era la lingua parlata dell'antico Egitto sopravvissuta in forma alfabetica. Questo gli permetteva di 'sentire' la lingua che si nascondeva dietro i geroglifici.
Il 14 settembre 1822, Champollion esaminò cartouche di obelischi che contenevano altri nomi reali — Cleopatra, Ramesse, Thutmose — e comprese il meccanismo completo: i geroglifici erano un sistema misto in cui segni fonetici e ideografici coesistevano secondo regole precise. Corse letteralmente dall'ufficio all'Académie des Inscriptions gridando 'Je tiens l'affaire!' ('Ci sono!'), poi svenne per l'eccitazione. La sua lettera all'Académie du 27 settembre 1822 è il documento fondativo dell'egittologia.
Le lingue perdute che seguirono
La decifrazione dei geroglifici aprì una metodologia che fu applicata ad altre scritture perdute nel corso del XIX e XX secolo, con risultati altrettanto trasformativi.
Il cuneiforme mesopotamico fu decifrato grazie alla grande iscrizione trilingue di Behistun, incisa per ordine del re persiano Dario I intorno al 520 a.C. su una parete rocciosa nell'odierno Iran occidentale. L'iscrizione ripeteva lo stesso testo in antico persiano, elamita e babilonese (una forma di accadico). Henry Creswicke Rawlinson, ufficiale britannico, scalò la parete rocciosa negli anni 1830-1847 per copiare e poi decifrare il testo. Il vecchio persiano, langue conosciuta grazie all'avestico, fornì il punto di partenza; da lì Rawlinson e altri riuscirono a penetrare nel babilonese, aprendo la porta a millenni di letteratura mesopotamica, leggi, miti e annali reali.
Il lineare B, la scrittura minoica usata nei palazzi micenei della Grecia del II millennio a.C., fu decifrato da Michael Ventris nel 1952. Ventris, architetto britannico senza formazione filologica professionale ma con una mente straordinariamente analitica, dimostrò che il lineare B era una forma arcaica di greco — confermando per la prima volta l'antichità della presenza greca nell'Egeo. La sua metodologia era puramente strutturale: analisi delle frequenze dei segni, delle terminazioni ricorrenti, delle posizioni nei testi, senza alcun bilinguismo come punto di partenza.
Il lineare A, la scrittura minoica più antica usata a Creta prima dell'arrivo del lineare B, non è ancora stata decifrata. La sua lingua sottostante rimane sconosciuta, e senza un testo bilingue o un corpus abbastanza ampio, la decifrazione potrebbe rimanere fuori portata per lungo tempo.
La Stele oggi
La Stele di Rosetta si trova al British Museum di Londra dal 1802, portata in Inghilterra dopo la sconfitta napoleonica in Egitto. L'Egitto ne ha richiesto la restituzione in più occasioni, da ultimo nel 2022 nell'ambito di una campagna più ampia per il rientro di oggetti iconici detenuti dai musei occidentali. Il British Museum non ha finora acconsentito.
Ma indipendentemente da dove fisicamente si trovi, la lastra ha già compiuto il suo lavoro più importante: trasformare il silenzio dei millenni in un archivio parlante. I templi di Karnak, le tombe della Valle dei Re, i papiri dei musei di tutto il mondo — tutto ciò può essere letto oggi perché un soldato francese trovò una lastra di granodiorite nel fango del delta del Nilo.
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