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La riscoperta di Pompei

Il 24 agosto del 79 d.C.

L'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. fu annunciata da terremoti nei giorni precedenti — niente di insolito in una regione sismica — e poi, nel primo pomeriggio del 24 agosto, esplose in una colonna di gas, cenere e pomice alta circa trenta chilometri. Plinio il Giovane, che aveva diciassette anni e si trovava a Miseno sull'altro lato del Golfo di Napoli, osservò l'eruzione e ne lasciò la descrizione più vivida che possediamo, in due lettere a Tacito scritte decenni dopo: una colonna che assomigliava a un pino — il 'fungo nucleare' ante litteram degli eruzioni esplosive pliniane.

Pompei, a circa sette chilometri dal cratere, fu sepolta sotto uno strato di pomice e cenere spesso fino a sei metri. Ercolano, più vicina e sottovento in modo diverso, fu colpita da flussi piroclastici ad alta temperatura che carbonizzarono tutto il materiale organico. Le due città, insieme a Stabiae e Oplontis, scomparvero sotto la superficie. Nel giro di qualche generazione, persino il loro nome preciso fu dimenticato.

I secoli del silenzio

La memoria della catastrofe sopravvisse nella letteratura — Plinio il Vecchio morì durante l'eruzione tentando di soccorrere i rifugiati, e il nipote ne descrisse la morte eroica — ma la posizione esatta delle città sepolte fu dimenticata. Il paesaggio campano si riformò sopra di esse: vigneti, case coloniche, il paese di Resina (oggi Ercolano) costruito direttamente sopra i resti carbonizzati della città romana.

Nel 1592 l'architetto Domenico Fontana, scavando un canale per portare l'acqua dal Sarno a Torre Annunziata, attraversò il sottosuolo di Pompei e incontrò resti di strutture e iscrizioni. Ma non li riconobbe per quello che erano, o non li ritenne significativi. Fu solo nel 1748 che gli scavi sistematici iniziarono, per ordine del re Carlo VII di Napoli (poi Carlo III di Spagna), che aveva già avviato gli scavi di Ercolano nel 1738.

Gli scavi borbonici: meraviglia senza metodo

Gli scavi settecenteschi erano agli antipodi rispetto alla moderna metodologia archeologica. L'obiettivo era recuperare oggetti pregiati — statue, bronzi, affreschi — per arricchire la collezione reale che sarebbe diventata il Museo Nazionale di Napoli. I lavoratori scavavano in trincea, estraevano ciò che sembrava bello o prezioso, e rimescolavano o distruggevano il resto. Non c'era documentazione sistematica, non c'era registro di posizione, non c'erano planimetrie.

Eppure anche queste indagini disordinate produssero risultati straordinari. Nel 1771 fu trovata la Villa dei Papiri ad Ercolano, con una biblioteca di circa 1.800 rotoli di papiro carbonizzati — testi filosofici epicurei, soprattutto di Filodemo di Gadara, che i moderni specialisti stanno ancora cercando di leggere con tecnologie di imaging sempre più avanzate. Le sculture della villa, tra cui la serie di busti di filosofi greci, finirono nella collezione reale.

Giuseppe Fiorelli e la modernizzazione

La svolta metodologica arrivò con Giuseppe Fiorelli, nominato direttore degli scavi nel 1860. Fiorelli introdusse la divisione sistematica del sito in regioni, insulae e numeri civici — un sistema di riferimento che si usa ancora oggi. Introdusse la documentazione continua degli scavi. E, soprattutto, inventò la tecnica dei calchi in gesso: iniettando gesso liquido nelle cavità create nel lapillo consolidato dai corpi decompositi di esseri umani e animali, fu possibile ottenere forme tridimensionali precise delle vittime nell'atto della morte.

I calchi di Fiorelli sono diventati le immagini più iconiche di Pompei: persone raggomitolate che si proteggono il viso, famiglie strette l'una all'altra, un cane che si torce nella catena. Sono simulacri di un momento di terrore congelato per quasi duemila anni, e la loro efficacia emotiva ha trasformato Pompei da sito di curiosità antiquaria a luogo di empatia storica.

Il sito nel XX e XXI secolo

Nel Novecento gli scavi di Pompei continuarono con metodologie sempre più raffinate, ma il sito pose anche problemi di conservazione enormi. Le strutture dissotterrate, esposte agli agenti atmosferici, iniziarono a degradarsi più rapidamente di quanto si potesse consolidare. Il turismo di massa — oggi Pompei supera spesso i tre milioni di visitatori l'anno — accelerò il consumo. Crolli parziali di strutture, in particolare negli anni 2000 e 2010, portarono alla creazione del Grande Progetto Pompeii, un intervento di restauro finanziato con fondi europei per circa 105 milioni di euro, avviato nel 2012.

Negli anni Recenti, la Regio V di Pompei — un settore del sito rimasto non scavato per decenni — ha restituito scoperte straordinarie. Nel 2018 fu trovato un affresco raffigurante una proto-pizza, con frutti e spezie su quello che sembra un piatto di pane piatto, e due scheletri di uomini travolti dall'eruzione mentre cercavano di sopravvivere. Nel 2021 emerse un triclinio quasi completamente intatto con affreschi mitologici alle pareti. Nel 2023 un'intera sala da pranzo decorata con affreschi neri raffiguranti cacce e divinità.

Perché Pompei rimane insuperabile

Pompei offre qualcosa che nessun altro sito del mondo romano può offrire: la vita quotidiana fermata nel tempo. Non i grandi monumenti pubblici — anche se quelli ci sono, dal Foro al tempio di Apollo all'anfiteatro — ma il quotidiano: i banconi delle thermopoliae con le pentole ancora incastonate nel marmo, i graffiti sui muri (messaggi di amore, insulti elettorali, contabilità), i pavimenti a mosaico delle dimore private, i giardini con i loro affreschi di giardini. È una città romana del I secolo d.C. che possiamo leggere come se i suoi abitanti fossero usciti ieri.

Apri la mappa per esplorare Pompei e i siti del Golfo di Napoli travolti dall'eruzione del 79 d.C.