Il saccheggio delle antichità
Un mercato antico quanto l'archeologia
Il commercio illecito di antichità è vecchio quasi quanto l'interesse per il passato. I tombaroli dell'Etruria meridionale saccheggiavano necropoli già nel XIX secolo, rifornendo i mercanti romani e poi le grandi aste di Parigi e Londra. Ma il fenomeno ha assunto dimensioni industriali nella seconda metà del Novecento, alimentato dalla crescita del mercato dell'arte, dalla facilità dei trasporti internazionali e, a partire dagli anni Novanta, dalla domanda sempre più intensa dei musei americani e delle collezioni private.
Stimare le dimensioni del mercato è notoriamente difficile, perché avviene in larga parte nell'ombra. I rapporti dell'UNESCO e dell'UNODC collocano il traffico di beni culturali tra i mercati neri più remunerativi al mondo, paragonabile per volume alla droga e alle armi in certe regioni. Quello che è certo è il danno: ogni oggetto estratto illegalmente porta con sé la distruzione del suo contesto stratigrafico, rendendo impossibile rispondere alle domande che l'archeologia si pone.
Il meccanismo del saccheggio
La catena del saccheggio segue un percorso relativamente standard, anche se le varianti locali sono molte. All'origine ci sono i tombaroli, i saccheggiatori locali — spesso uomini di campagna che vendono per pochi dollari o euro oggetti che poi varranno migliaia nei mercati dell'arte. In Italia il termine 'tombarolo' è entrato nel vocabolario corrente; in Cambogia si parla di 'diggers'; in Siria e Iraq i saccheggiatori di siti hanno avuto nomi diversi nelle varie fasi del conflitto.
Gli oggetti passano attraverso intermediari locali che li ripuliscono e li documentano con provenienza falsificata. Poi raggiungono mercanti di media grandezza in Turchia, Svizzera, Inghilterra o Giappone — Paesi che storicamente hanno avuto norme di importazione permissive. Da lì arrivano nelle case d'asta di Londra, Ginevra e New York, dove vengono presentati con provenienze vaghe come 'da una collezione privata europea'. I musei che acquistano in buona fede — o fingono di acquistare in buona fede — completano il ciclo.
Il caso Medici e la Zona X
Nel 1995 la polizia italiana scoprì a Ginevra un deposito appartenente al trafficante Giacomo Medici: oltre 10.000 oggetti antichi, perlopiù etruschi e italiotici, accompagnati da fotografie Polaroid che mostravano i pezzi ancora incrostati di terra fresca. Le fotografie fornirono per la prima volta prove dirette della filiera tra i tombaroli dell'Italia centrale e i musei internazionali.
Il processo che seguì coinvolse il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il Metropolitan Museum of Art di New York e il Museum of Fine Arts di Boston, tra gli altri, rivelando che molti dei loro pezzi più famosi provenivano da quella rete. Il Getty ha restituito decine di pezzi all'Italia, tra cui la Venere di Morgantina, una scultura in marmo del V secolo a.C. restituita nel 2010. Il Metropolitan ha restituito il Cratere di Eufronio nel 2008, un capolavoro della ceramica attica acquistato nel 1972 per un milione di dollari — cifra record all'epoca — con una provenienza che si è rivelata completamente fabbricata.
Siria, Iraq e la monetizzazione del conflitto
Il conflitto in Siria e Iraq a partire dal 2011-2013 ha aggiunto una dimensione nuova e brutale al problema. Lo Stato Islamico (ISIS/ISIL) ha sistematicamente saccheggiato i siti sotto il proprio controllo — Nimrud, Hatra, Palmyra, Dura-Europos — combinando la distruzione iconoclasta di statue e monumenti considerati idoli con la vendita metodica di oggetti più piccoli e trasportabili per finanziare le proprie operazioni militari.
L'immagine dei bulldozer dell'ISIS che sgretolano i rilievi assiri del museo di Mosul nel febbraio 2015, trasmessa in un video di propaganda, ha colpito l'opinione pubblica mondiale. Ma ciò che non apparve nelle immagini fu il saccheggio parallelo e sistematico degli archivi degli scavi, delle riserve dei magazzini, delle tombe non ancora aperte. Il danno al patrimonio culturale mesopotamico negli anni tra il 2013 e il 2017 è stato stimato dagli specialisti come tra i peggiori dalla Seconda guerra mondiale.
La risposta internazionale
Il principale strumento legale internazionale contro il traffico di antichità è la Convenzione UNESCO del 1970 sui mezzi per proibire e impedire l'importazione, l'esportazione e il trasferimento illecito di beni culturali. La convenzione stabilisce come spartiacque il 1970: gli oggetti documentati come presenti in una collezione prima di quella data hanno una presunzione di legittimità; quelli apparsi sul mercato dopo il 1970 richiedono documentazione di provenienza chiara.
Il problema è che molti Paesi — tra cui gli Stati Uniti, che hanno ratificato la convenzione solo nel 1983 — hanno applicato queste norme in modo discontinuo e a discrezione del mercato. Il mercato dell'arte ha a lungo resistito all'idea che l'onere della prova di provenienza debba ricadere sul venditore o sull'acquirente piuttosto che sul Paese che reclama l'oggetto.
La più recente Convenzione UNIDROIT del 1995 è tecnicamente più stringente — prevede la restituzione automatica dei beni culturali rubati o illegalmente esportati — ma ha ricevuto molte meno ratifiche, proprio per la resistenza dei Paesi con grandi mercati dell'arte.
Nuove tecnologie, vecchi problemi
Il digitale ha aggiunto nuovi vettori. eBay e altri marketplace online hanno permesso la vendita al dettaglio di oggetti di piccolo formato — monete, gioielli, sigilli — con un livello di anonimato molto maggiore rispetto alle aste tradizionali. Le autorità doganali di molti Paesi non hanno le competenze o le risorse per identificare oggetti antichi tra le spedizioni commerciali ordinarie.
Dal lato opposto, le tecnologie digitali offrono nuovi strumenti di contrasto. Il database INTERPOL sulle opere d'arte rubate conta decine di migliaia di segnalazioni. Il Carabinieri TPC (Tutela Patrimonio Culturale) italiano — il primo reparto al mondo specializzato esclusivamente in questo settore, fondato nel 1969 — ha sviluppato sistemi di confronto fotografico che permettono di confrontare oggetti sul mercato con immagini scattate durante i sequestri.
La restituzione rimane il punto di arrivo auspicabile ma spesso difficile. I Paesi di origine devono dimostrare la provenienza specifica degli oggetti, la cui storia è stata deliberatamente oscurata. I musei che li detengono invocano spesso prescrizioni legali o la buona fede degli acquirenti passati. Il dialogo diplomatico tra Italia, Grecia, Turchia e i grandi musei internazionali è migliorato significativamente dalla fine degli anni Novanta — ma rimane un processo caso per caso, lento e faticoso.
Apri la mappa per vedere i siti più vulnerabili al saccheggio e i luoghi da cui provengono le grandi collezioni contestate.