Archeologia marina e relitti: scavare il passato dai fondali del mare
Il mare come archivio
Il fondo del mare conserva ciò che la terra spesso distrugge. Un relitto affondato con il suo carico intatto è una capsula del tempo: la nave da carico affondata nel I secolo a.C. al largo di Madrague de Giens, in Provenza, conteneva ancora seimila anfore da vino in perfetto ordine, esattamente come erano state stivate nel porto di partenza. Un insediamento costiero inondato dal mare porta con sé le strutture delle case, le ceramiche del quotidiano, le monete cadute tra le assi del pavimento — tutto ciò che nelle terre emerse si decompone o viene spogliato nei secoli successivi.
L'archeologia marina è una disciplina relativamente giovane: i suoi strumenti fondamentali — la respirazione subacquea con bombole, i sistemi di documentazione fotografica e fotogrammetrica sottomarina, i sonar a scansione laterale — si sono sviluppati principalmente dalla seconda metà del XX secolo. Prima, il mare era sostanzialmente inaccessibile agli scavatori. I dragaggi ottocenteschi recuperavano oggetti in modo indiscriminato e distruttivo; il tesoro dei relitti era noto ma impossibile da studiare sistematicamente.
La rivoluzione del Cousteau
Jacques-Yves Cousteau e il suo collaboratore Frédéric Dumas compirono nel 1943 il primo scavo subacqueo sistematico su un relitto antico, quello di Mahdia al largo della Tunisia: una nave da carico greco-romana del I secolo a.C. che trasportava colonne, capitelli e statue di marmo, probabilmente bottino di guerra macedone diretto a Roma. Lo scavo era ancora rudimentale secondo gli standard odierni, ma stabilì il principio che un relitto potesse essere trattato come un sito stratigrafico, non semplicemente saccheggiato.
Nel 1960, George Bass condasse il primo scavo subacqueo completamente scientifico nella storia, sul relitto di Capo Gelidonya al largo della Turchia — una nave da carico del tardo bronzo (circa 1200 a.C.) che trasportava lingotti di rame, stagno e strumenti da bronzista. Bass fotografò, mappò e documentò ogni oggetto nella sua posizione originale prima di recuperarlo, applicando sotto l'acqua gli stessi metodi che si usavano negli scavi terrestri. Fondò poi l'Institute of Nautical Archaeology (INA), che ancora oggi coordina alcuni dei progetti di ricerca sottomarina più importanti al mondo.
Il relitto di Uluburun
Scoperto nel 1982 da un pescatore di spugne al largo di Uluburun, vicino a Kas in Turchia, il relitto di Uluburun è tra i più ricchi e meglio documentati dell'archeologia marina. La nave naufragò intorno al 1305 a.C. — con una data dendrocronologica ottenuta da una trave di ebano sul bordo dell'incertezza — mentre trasportava un carico di straordinaria varietà: dieci tonnellate di lingotti di rame cipriota, una tonnellata di stagno, duecento anfore cananee con resina di terebinto, avorio d'elefante e d'ippopotamo, oggetti di vetro, ceramiche micenee, egiziane e cananee, un sigillo del faraone Nefertiti, due spade di tipo micenee di bronzo.
Il carico rispecchia la complessità delle reti commerciali del Mediterraneo orientale nel tardo bronzo: merci di almeno undici culture diverse — cipriota, cananea, egiziana, micenea, cassita, assira, nubia — erano tutte a bordo di una sola nave. Lo scavo, condotto dall'INA tra il 1984 e il 1994, richiese undici campagne e quasi 22.000 immersioni. È considerato uno dei più importanti scavi di archeologia marina mai realizzati.
Antikythera e i meccanismi sommersi
Il relitto di Antikythera, scoperto casualmente nel 1900 da pescatori di spugne nell'isola omonima tra Creta e il Peloponneso, ha dato il nome a uno degli oggetti più straordinari dell'antichità. La nave era affondata intorno all'87–80 a.C. mentre trasportava sculture di bronzo e marmo — molte delle quali recuperate e ora al Museo Nazionale di Atene — e un misterioso congegno meccanico che solo nel XX secolo fu compreso nella sua vera natura.
Il Meccanismo di Antikythera è un computer analogico per il calcolo astronomico: 37 ruote dentate di bronzo che, girando, indicavano le posizioni del Sole, della Luna e probabilmente dei pianeti visibili a occhio nudo, predicevano le eclissi e segnalavan i cicli dei Giochi Panellenici. Datato al II o inizio I secolo a.C., non ha precedenti noti nel mondo antico e non ha successori conosciuti prima del Rinascimento. Le ricerche sul relitto sono tuttora in corso: una spedizione del 2017 ha recuperato nuovi frammenti organici.
Porti sommersi: Cesarea Marittima e Alessandria
Non soltanto navi ma anche porti e interi quartieri urbani giacciono sul fondo del mare. Cesarea Marittima, la città portuale costruita da Erode il Grande tra il 22 e l'8 a.C. sulla costa israeliana, aveva un porto artificiale di dimensioni straordinarie — forse il più grande del Mediterraneo orientale in quel momento — con due moli avanzati nel mare costruiti in cemento hidraulico (opus caementicium). Il porto è oggi sommerso e visibile soltanto ai subacquei; le ricerche dell'Istituto per lo studio dei porti antichi di Haifa hanno permesso di ricostruire la pianta completa.
Ad Alessandria, in Egitto, il quartiere reale tolemaico e parti del porto antico sono scivolati sott'acqua a causa di fenomeni di subsidenza e di un violento terremoto nel IV o V secolo d.C. Le missioni subacquee guidate da Jean-Yves Empereur a partire dal 1994 hanno recuperato centinaia di blocchi di granito con iscrizioni geroglifiche, basi di statue colossali (forse di Tolomeo) e frammenti di ceramica che testimoniano la monumentalità dell'antico waterfront. Il faro di Alessandria — una delle Sette Meraviglie del mondo antico — potrebbe avere i suoi resti sul fondo della baia, anche se identificazioni precise rimangono incerte. Scopri questi siti e molti altri su questa mappa.
Tecnologia e sfide
L'archeologia marina moderna dispone di strumenti potenti. I sonar a scansione laterale e i sonar a fascia multibeam permettono di mappare i fondali con risoluzione centimetrica su aree di chilometri quadrati, identificando anomalie che potrebbero corrispondere a relitti sepolti nel sedimento. I robot subacquei (ROV — Remotely Operated Vehicles) permettono di esplorare e documentare fondali a profondità inaccessibili ai subacquei. La fotogrammetria sottomarina, combinata con software di elaborazione fotogrammetrica, produce modelli tridimensionali millimetrici dei siti.
Rimangono tuttavia sfide enormi. La maggior parte dei relitti antichi del Mediterraneo si trova a profondità comprese tra 50 e 200 metri — oltre il limite operativo sicuro per i subacquei con attrezzatura standard (circa 40 metri), ma non ancora nelle profondità abissali accessibili soltanto ai ROV più sofisticati. Il sedimento marino copre e decompone il legno organico in modi che variano enormemente a seconda della temperatura, della salinità e dell'ossigenazione dell'acqua. E la frammentazione dei relitti per correnti, reti da pesca e saccheggi ne rende spesso difficile la lettura stratigrafica.
Il futuro dell'archeologia marina passa attraverso la collaborazione internazionale, la digitalizzazione dei dati e — sempre più urgente — la protezione legale dei fondali da pescatori di frodo e cacciatori di tesori, che continuano a rappresentare la minaccia più seria per questi archivi sommersi.