Geroglifici e scrittura egizia: come gli Egizi scrivevano e come la loro scrittura fu riletta
Un sistema che non si lasciava decifrare
Per quattordici secoli, i segni sui muri dei templi egizi erano stati guardati senza essere capiti. Dopo la chiusura dell'ultimo tempio pagano — quello di Philae, sull'isola di Elefantina, sigillato nel 537 d.C. — la tradizione vivente di lettura dei geroglifici si spense. I pochi testi greci e latini che descrivevano la scrittura egizia offrivano spiegazioni errate: lo pseudo-Horapollo, un testo del V secolo d.C. molto letto nel Rinascimento, affermava che ogni segno geroglifico rappresentasse un concetto simbolico, come se il glifo dell'occhio significasse sempre 'sorveglianza' o quello del falco 'anima'. Era una teoria bella e coerente, ma completamente sbagliata.
Il fascino della scrittura egizia era legato alla sua apparente profondità mistica. Durante il Rinascimento e il Barocco, umanisti e filosofi ermetici vedevano nei geroglifici le tracce di una sapienza primordiale, inaccessibile perché deliberatamente cifrata dai sacerdoti. Questa interpretazione era affascinante ma costituiva un ostacolo alla decifrazione: chi crede che un sistema di scrittura rappresenti concetti cosmici non cercherà mai di leggerlo come una trascrizione fonetica.
La struttura del sistema
La scrittura geroglifica egizia è in realtà un sistema misto, molto più pragmatico di quanto le fantasie rinascimentali immaginassero. Combina tre tipi di segni:
I logogràmmi rappresentano direttamente l'oggetto disegnato: il segno del sole significa 'sole', quello del piede significa 'piede'. Ma questo sistema puro non potrebbe funzionare per una lingua complessa: come si scrive 'amore', 'giustizia', un verbo, una particella grammaticale?
I fonogrammi risolvono il problema: molti segni non rappresentano l'oggetto ma soltanto il suono della sua pronuncia. Il geroglifico della casa (pr in egizio) può essere usato per scrivere qualsiasi parola che inizia con i suoni p-r, indipendentemente dal significato. È esattamente il principio che in italiano permetterebbe di scrivere 'parola' usando il segno di 'parmigiano' per la sillaba 'par': si prende il suono, si ignora il significato. I fonogrammi egizi possono rappresentare un singolo consonante, due consonanti (biconsonantici) o tre (triconsonantici). Notare che la scrittura egizia non scriveva le vocali — soltanto le consonanti, come l'ebraico e l'arabo classico.
I determinativi sono segni silenziosi aggiunti a fine parola per indicarne la categoria semantica: un omino seduto indica un nome di persona; un rotolo di papiro indica un concetto astratto o un libro; un uccello indica un uccello. Servono a disambiguare parole con la stessa sequenza di consonanti.
La Pierre de Rosette e il duello tra Champollion e Young
La scoperta della Stele di Rosetta nel 1799, durante la campagna napoleonica in Egitto, aprì la strada alla decifrazione. La stele — ora al British Museum di Londra — porta lo stesso decreto emanato nel 196 a.C. dai sacerdoti di Menfi in onore del re Tolomeo V in tre scritture: geroglifico, demotico (una variante corsiva dell'egizio) e greco. Poiché il greco era leggibile, si aveva per la prima volta un testo parallelo che poteva in teoria permettere di decodificare le scritture sconosciute.
La decifrazione si rivelò tuttavia estremamente difficile. Il primo passo serio fu fatto dall'inglese Thomas Young, che intorno al 1814 identificò i cartigli — ovali allungati che circondano gruppi di segni — come nomi propri reali, e riuscì a leggere foneticamente il nome di Tolomeo. Era un risultato importante, ma Young pensava che i segni fonetici fossero usati soltanto per i nomi stranieri: per le parole egizie native, continuava a credere che il sistema fosse prevalentemente ideografico.
Fu Jean-François Champollion a fare il salto decisivo. Il giovane francese aveva studiato il copto — la forma tardiva della lingua egizia ancora usata dalla Chiesa cristiana d'Egitto — e sapeva quindi come suonavano le parole egizie. Il 14 settembre 1822, confrontando il cartiglio di Cleopatra su un obelisco di Philae con quello di Tolomeo della Stele di Rosetta, Champollion identificò i valori fonetici di sei segni e capì che il sistema era fondamentalmente fonetico — non ideografico — per tutta la lingua, non soltanto per i nomi stranieri. In pochi mesi leggeva testi egizi antichi di millenni. La sua lettera all'Académie des Inscriptions del 27 settembre 1822 è convenzionalmente considerata la data della decifrazione.
Le tre scritture egizie
I geroglifici classici erano usati per iscrizioni monumentali su pietra e legno: templi, tombe, obelischi, stele. Sono la forma più famosa e visivamente elaborata. Ma gli egizi usavano anche l'ieratico, una scrittura corsiva derivata dai geroglifici, usata su papiro per testi letterari, religiosi e amministrativi. Più tardi, nel I millennio a.C., si sviluppò il demotico — ancora più corsivo e abbreviato — che divenne la scrittura corrente degli affari quotidiani, dei contratti e della corrispondenza. Il greco era usato per le comunicazioni con il mondo ellenistico.
Il copto, infine, fu sviluppato dai cristiani egiziani nei primi secoli d.C.: prende l'alfabeto greco, aggiunge sette lettere derivate dal demotico per suoni senza equivalente in greco, e trascrive la lingua egizia nelle sue ultime fasi. Il copto è ancora oggi la lingua liturgica della Chiesa Copta ortodossa.
Cosa ci hanno detto i testi
La decifrazione dei geroglifici ha aperto l'accesso a una letteratura vastissima: testi religiosi (come il Libro dei Morti e i Testi delle Piramidi), annali regi, lettere amministrative, poesie d'amore, racconti fantastici, trattati medici e documenti legali. Ha permesso di ricostruire la cronologia dei faraoni con una precisione che non ha pari in nessun'altra civiltà del mondo antico per lo stesso arco di tempo.
Ha anche rivelato sorprese: i documenti della fortezza di Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani che costruivano le tombe nella Valle dei Re durante il Nuovo Regno (circa 1550–1070 a.C.), includono registri di assenteismo, cause civili per debiti e lettere personali che mostrano una vita quotidiana ricca di sfumature umane — lontanissima dall'immagine rituale e monumentale che le iscrizioni dei templi proiettano.
I siti egizi con iscrizioni geroglifiche, dai templi di Karnak e Luxor fino alle tombe della Valle dei Re nei pressi di Luxor, sono esplorabili su questa mappa. Ogni muro scritto che ancora si può leggere è il risultato diretto del lavoro di Champollion e di due secoli di egittologia: un dialogo attraverso tremila anni tra chi incise e chi finalmente seppe rispondere.