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La storia dell'archeologia

Dalle meraviglie al metodo

L'archeologia come disciplina scientifica ha poco più di centocinquant'anni di vita. Ma l'interesse per i resti del passato è antico quanto la scrittura stessa: il re babilonese Nabonido, che regnò nel VI secolo a.C., faceva scavare le fondamenta di templi antichi alla ricerca di iscrizioni dei suoi predecessori, e le conservava con cura nell'archivio reale. I Romani collezionavano sculture greche e le copiavano. Nel Medioevo, le reliquie dei santi alimentarono un mercato di oggetti antichi — autentici o fabbricati — di proporzioni enormi.

Ma tutto questo era antiquariato, collezionismo, venerazione. Ciò che mancava era il metodo: la comprensione che gli oggetti hanno un contesto stratigrafico, che quella posizione è parte integrante delle informazioni che essi portano, e che rimuoverli senza documentazione significa distruggere conoscenza irreparabilmente.

Gli antiquari del Rinascimento e del Settecento

Il Rinascimento italiano produsse la prima generazione di studiosi che cercarono di capire il passato classico in modo sistematico. Cyriacus di Ancona, mercante e viaggiatore del XV secolo, copiò iscrizioni greche e latine in tutto il Mediterraneo orientale, producendo uno dei primi corpora epigrafici che conosciamo. I suoi disegni dei monumenti ateniesi, effettuati decenni prima che l'Acropoli fosse danneggiata nel 1687 dall'esplosione della polveriera veneziana, rimangono documenti storici preziosi.

Nel XVII e XVIII secolo gli antiquari britannici — John Aubrey, William Stukeley — iniziarono a misurare e documentare i monumenti preistorici dell'Inghilterra, da Stonehenge ad Avebury, con una sistematicità nuova. Stukeley, in particolare, produjo piante e sezioni degli earthworks che permettono oggi di confrontare lo stato attuale dei siti con quello di trecento anni fa.

La fondazione delle prime società antiquarie — la Society of Antiquaries di Londra nel 1707, l'Accademia Ercolanese a Napoli nel 1755 — segnò l'istituzionalizzazione dell'interesse per il passato. L'Accademia Ercolanese nacque direttamente dalla scoperta di Herculaneum (1738) e Pompei (1748), che offrirono per la prima volta una finestra straordinaria sulla vita quotidiana romana.

Johann Winckelmann e la nascita della storia dell'arte antica

Johann Joachim Winckelmann, critico e storico tedesco che lavorò a Roma dalla metà del Settecento, è spesso considerato il padre della storia dell'arte classica e, indirettamente, dell'archeologia moderna. La sua Geschichte der Kunst des Alterthums (1764) stabilì per la prima volta una periodizzazione dell'arte greca — arcaica, classica, ellenistica — basata sull'evoluzione stilistica piuttosto che sulle fonti letterarie. Il suo metodo comparativo, che metteva in relazione stile e periodo, divenne il modello per generazioni di archeologi successivi.

Winckelmann non scavò mai in prima persona. Ma la sua insistenza sulla qualità formale degli oggetti e sulla loro collocazione storica trasformò il modo in cui si guardava ai reperti: non come curiosità o prove di gloria nazionale, ma come documenti di civiltà.

Schliemann, Layard e l'era dei grandi scavi

Il XIX secolo fu l'era dei grandi scavi eroici, dominata da figure la cui eccitazione per la scoperta era proporzionale alla loro indifferenza per la documentazione. Heinrich Schliemann, ricco mercante tedesco diventato autodidatta appassionato di Omero, scavò a Hisarlik in Turchia a partire dal 1871 convinto di trovare la Troia omerica. La trovò — o meglio, trovò una successione di città sovrapposte — ma i suoi metodi distrussero gli strati superiori, compreso il livello effettivamente contemporaneo della guerra di Troia, nella frenesia di raggiungere gli strati più profondi.

Austen Henry Layard, che scavò a Nimrud e Ninive in Mesopotamia tra il 1845 e il 1851, estrasse colossali rilievi assiri e li spedì al British Museum con un'energia e una velocità che oggi farebbero inorridire qualsiasi supervisore. Ma produsse anche una documentazione grafica delle strutture che rimane di valore storico, e portò alla luce testi cuneiformi che avrebbero rivoluzionato la comprensione della storia mesopotamica.

Pitt Rivers e la rivoluzione stratigrafica

Augustus Henry Lane-Fox Pitt Rivers, generale britannico ereditato di un'enorme ricchezza, trasformò l'archeologia nel decennio 1880–1895 con scavi condotti nelle sue proprietà nel Dorset. Pitt Rivers introdusse la documentazione sistematica di ogni livello di scavo — non solo degli oggetti belli ma di tutto ciò che si trovava: ceramica comune, ossa animali, carboni — e la restituzione tridimensionale della posizione di ogni reperto.

Il suo principio era semplice e rivoluzionario: la stratigrafia — la sequenza dei depositi sovrapposti — è il documento cronologico fondamentale del sito, e distruggerla senza registrarla equivale a bruciare un archivio. I suoi rapporti di scavo, pubblicati in quattro volumi tra il 1887 e il 1898, rimangono modelli di documentazione sistematica.

Flinders Petrie e l'Egitto

William Matthew Flinders Petrie portò la rivoluzione stratigrafica in Egitto, dove scavò a partire dal 1880 con una metodologia radicalmente diversa da quella dei suoi predecessori. Anziché cercare oggetti pregiati, Petrie documentò sistematicamente la ceramica — abbondante, ubiqua e stilisticamente databile — come strumento cronologico. Il suo metodo della sequenza seriale (sequence dating), sviluppato per i cimiteri predinastici del Delta del Nilo intorno al 1899, fu il primo tentativo di ordinare cronologicamente un corpus di siti attraverso l'analisi tipologica degli oggetti, in assenza di datazioni assolute.

Il Novecento: dal metodo alla teoria

Il XX secolo portò l'archeologia da una fase di sviluppo metodologico a una di riflessione teorica. La New Archaeology degli anni Sessanta, associata soprattutto a Lewis Binford negli Stati Uniti, propose di trasformare l'archeologia in una scienza nomotetica — capace cioè di formulare e testare leggi generali sul comportamento umano attraverso i resti materiali. Il passato non doveva essere narrato ma spiegato.

La reazione arrivò negli anni Ottanta con l'archeologia post-processuale, legata ai lavori di Ian Hodder in Gran Bretagna. Hodder sosteneva che i significati culturali non possono essere ridotti a variabili ambientali o economiche, e che l'interpretazione del passato è sempre situata nel presente dell'interprete.

Oggi l'archeologia è una disciplina plurale che usa tecniche delle scienze naturali — datazione con il radiocarbonio, analisi isotopica, sequenziamento del DNA antico, telerilevamento LiDAR — combinate con approcci interpretativi sensibili al contesto culturale e politico degli scavi. La distanza da Schliemann è enorme. La tensione tra le esigenze della conoscenza e quelle della protezione rimane viva.

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